Motorini anni 80: uno sguardo alla preistoria degli scooter

I motorini anni 80 oggi sembrano avere un design spartano, ma portano alla mente tanti ricordi di gioventù. Riscoprite i più mitici sul nostro blog.

Negli anni ’80 tutto sembrava possibile, o almeno così credevamo. In Italia, così come nel resto dell’Occidente, si impongono l’ottimismo e i consumi di massa, l’edonismo e lo svago, dopo un decennio tra i più difficili e cupi. Tra i simboli di libertà e di indipendenza più amati c’era sicuramente il ciclomotore, o se preferite il motorino: tutti, giovani o meno giovani, salgono in sella e percorrono a tutta velocità le vie della città o del paese, possibilmente con dietro un amico o la fidanzata, con il vento tra i vestiti e i capelli (già, l’obbligo di indossare il casco ancora non esisteva).

Negli anni ’80 il ciclomotore era un vero e proprio gesto di ribellione allo strapotere delle “sardomobili”, il nome con cui la pubblicità di allora chiamava le automobili, dipinte come opprimenti scatole per sardine

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A rileggere i nomi delle marche e dei modelli di allora viene da sorridere e da chiedersi che fine abbiano fatto. Alcuni, come la Vespa o il Ciao (entrambi della Piaggio) esistevano già da molti anni e non è strano vederli ancora in giro. Molti altri sono scomparsi nel decennio successivo, lasciando spazio ai più moderni scooter.

Parente stretto del Ciao era il Piaggio Si (“il tuo ciclomotore solare”, diceva una pubblicità…), spesso dall’inconfondibile colore rosso; entrato in produzione nel 1978, la Piaggio ha smesso di produrlo solo nel 2001, tanto è stato il suo successo.

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Ma i veri protagonisti degli anni ’80 sono stati i cosiddetti “tuboni”. Non ne avete mai sentito parlare? Quasi sicuramente i vostri genitori o vostro fratello (o sorella) maggiore ne aveva uno. I tuboni erano ciclomotori dal caratteristico telaio tubolare, nella cui cavità si celava un piccolo serbatoio, di solito equipaggiati con un motore 50cc e quattro marce. Insomma, erano perfetti per l’uso cittadino e furono il mezzo di trasporto preferito da migliaia di ragazzi e ragazze in tutta Italia.

Il più famoso forse è il Malaguti Fifty, punta di diamante della casa bolognese, il “tubone” per eccellenza.

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Ma non era l’unico: a fargli concorrenza c’era anche il Ciclone della Garelli, prodotto dalla casa di Sesto San Giovanni dal 1977 fino agli anni ’90, prima del fallimento

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E sempre parlando di tuboni, come non citare quelli della Motron? La Motron (nata a Modena sulla fine degli anni ’50 come “Romeo”, per contrapporsi alla rivale “Giulietta”) era tra le case di ciclomotori una delle più popolari dell’epoca. Tra i modelli più famosi, c’erano i “cugini” GTO e SV3-R, dalle linee più sportive e accattivanti

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Un altro nome che farà suonare un campanellino nell’orecchio dei nostalgici è quello del Peripoli Oxford, un tubone dalle linee e colori decisamente più “arditi” rispetto alla media, diventato col tempo un oggetto di culto. Il suo successo fu tale che la Peripoli arrivò a mettere in commercio una bicicletta che riprendeva le fattezze del cinquantino (meglio soprassedere sul risultato).

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Anche la slovena Tomos produsse il suo tubone; era l’Automatic 3, prodotto a Capodistria e molto diffuso anche oltreconfine, dal Friuli in giù.

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Obbligatorio ricordare anche il Master, che assieme al Califfone rappresentava il top di gamma dell’Atala, l’azienda brianzola che li produceva.

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Per chi invece cercava un motociclo più sportivo, la scelta spesso ricadeva sul Fantic Caballero (che includiamo in questa lista anche se è passato fuori produzione nel 1981) o su una vera e propria moto 125cc, lo storico Cagiva Elefant, mito trasversale tra anni ’80 e ’90.

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Tutti questi modelli hanno fatto la storia del costume italiano; molte delle case che lei producevano sono purtroppo scomparse o assorbite da grandi gruppi internazionali. Nei forum specializzati e nei siti di annunci sono ancora oggi tantissimi gli appassionati alla ricerca  di un pezzo di ricambio o di consigli su come riportare all’antico splendore il proprio ciclomotore. Ognuno con una storia da raccontare, ognuno con il proprio carico di chilometri e di ricordi.